L’indagine Excelsior: le competenze green – approfondimenti settoriali

Costruzioni, meccatronica e servizi avanzati alle imprese rappresentano i principali settori con richiesta di competenze green. Essi si distinguono, per la rilevanza dei profili per cui sono necessarie le green skill sul totale dei contratti programmati, comparti particolarmente sensibili alla doppia transizione – ecologica e tecnologica – che potranno beneficiare delle politiche espansive nazionali ed europee. In particolare, nel 2020 nel settore delle costruzioni sono richieste competenze green all’81,7% delle entrate, nella meccatronica all’82,7% e nei servizi avanzati di supporto alle imprese all’84,8% degli ingressi.

LA DOMANDA DI COMPETENZE GREEN NELLE COSTRUZIONI

Il settore delle costruzioni gioca un ruolo centrale per il rilancio dell’economia in chiave green dopo la crisi pandemica sai nelle strategie a livello nazionale, si pensi all’Ecobonus del 110% per l’efficientamento energetico degli edifici, sia nei piani della Commissione Europea che ha identificato in “Costruire e ristrutturare” uno tra i principali temi da affrontare per raggiungere le neutralità climatica entro il 2050. Inoltre, con le risorse dal piano europeo Next Generation EU saranno previsti investimenti per conseguire gli obiettivi legati al Green Deal Europeo: la creazione di infrastrutture per la graduale decarbonizzazione dei trasporti e per una mobilità di nuova generazione, l’adozione di piani urbani per il miglioramento della qualità dell’aria, il miglioramento delle misure per l’efficienza energetica e antisismica degli edifici pubblici e degli stabilimenti produttivi, la promozione dell’economia circolare, la riqualificazione del territorio nell’ambito del contenimento del consumo di suolo e della mitigazione dei rischi idrogeologici e sismici.

Oltre all’ambito delle ristrutturazioni, come sottolineato anche dalla Commissione Europea, è di fondamentale importanza anche il modo di costruire i nuovi edifici: andrà sviluppato un sistema di progettazione più attento alla sostenibilità delle costruzioni e che preveda la limitazione dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica nell’ambiente.

Le ricadute occupazionali del rinnovamento che sta investendo questo settore emergono chiaramente analizzando i piani occupazionali delle imprese delle costruzioni rilevati dal Sistema informativo Excelsior: l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale è decisiva per 255mila entrate, l’81,7% delle 312.640 programmate nel settore costruzioni nel 2020.

Al 64,9% delle entrate a cui sono richieste competenze green viene richiesta anche una esperienza specifica in questo campo, mentre più esigua è la quota delle entrate green riservate ai giovani, solo il 16,4% del totale. Per il 36,2% delle entrate con competenze green le imprese segnalano una difficoltà di reperimento di queste figure, in più della metà dei casi a causa della preparazione inadeguata dei candidati (18,3%).

Le professioni a cui sono maggiormente richieste green skills sono gli specialisti nei rapporti con il mercato, per il 92,6% delle entrate nelle costruzioni sono necessarie competenze green di grado elevato. Infatti, come è stato sottolineato, sarà sempre più strategica per l’attività aziendale l’attenzione ad acquisire materie prime sostenibili. Seguono gli ingegneri civili (75,9%), i meccanici e montatori di macchinari industriali (68,1%) e i tecnici delle costruzioni civili e professioni assimilate (67,1%).

Tra le professioni selezionate nella tabella, considerando i valori assoluti dei flussi previsti in ingresso nelle imprese delle costruzioni per la competenza green di elevata importanza, emergono tra le più ricercate gli elettricisti nelle costruzioni civili (oltre 25mila entrate di grado elevato), gli idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e di gas (circa 14mila unità) e i tecnici della gestione di cantieri edili (quasi 13mila unità), che insieme rappresentano più di un terzo dei contratti attivati con competenze green elevate.

Per la maggior parte delle professioni di questo comparto le green skill sono diventate una competenza essenziale per usare efficacemente prodotti o adottare processi che riguardano le attività quotidiane: dall’ingegnere all’operaio, che si parli di efficienza energetica negli impianti di riscaldamento e raffrescamento, di cappotti termici, di chimica verde, di ecodesign o di riparazione di macchine industriali o elettrodomestici, questi lavoratori e le loro competenze non possono sfuggire al confronto con i temi dell’energia, dell’inquinamento e del miglioramento delle prestazioni.

LA DOMANDA DI COMPETENZE GREEN NELLA MECCATRONICA

La consapevolezza della strategicità dell’efficienza energetica – in termini di minori costi e maggiori opportunità di mercato – ha spinto molte imprese a considerare la tematica ambientale un requisito fondamentale, soprattutto in Europa, dove il contesto normativo è divenuto sempre più stringente a riguardo.

Infatti, l’Unione Europea ha assunto un ruolo di primo piano nella corsa verso la trasformazione green delle economie: dalla ratifica del Protocollo di Kyoto, fino al lancio del Green Deal, la roadmap europea della transizione green, aveva già puntato su una decisa svolta verde prima della crisi da COVID-19. Lo scoppio della pandemia, poi, ha agito da acceleratore del processo, imponendo la transizione verde come vero e proprio volano di ripresa economica.

L’Italia, quindi, si trova a dover affrontare obiettivi sfidanti per trasformare non solo i processi industriali, ma anche per realizzare di nuovi prodotti a minore impatto ambientale, dal settore degli elettrodomestici, alla meccanica, alla produzione di mezzi di trasporto, con la filiera automotive già impegnata nella transizione verso la mobilità elettrica, che dovrebbe contribuire in maniera significativa all’abbattimento delle emissioni nazionali dei trasporti.

Gli investimenti senza precedenti a supporto dei processi di trasformazione green avranno ampie ricadute positive sui settori manifatturieri, in particolare sui produttori di beni di investimento, quali appunto le industrie dell’automotive, elettrotecnica e meccanica, chiamati a rispondere alle esigenze di un’economia sempre più sostenibile. A tal fine avranno bisogno di nuove figure professionali con competenze tecniche specifiche in campo ambientale e di formare il personale con competenze green.

La domanda di competenze green nella meccatronica è stata analizzata con riferimento ai dati relativi ai due microsettori classificati in Excelsior come “Industrie fabbricazione macchinari e attrezzature e dei mezzi di trasporto” e “Industrie elettriche, elettroniche, ottiche e medicali”. Questa filiera fa registrare un interesse molto elevato da parte delle imprese per figure con attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, che sono richieste nell’82,7% delle 150mila entrate programmate dai due settori nel 2020.

Tra le 124mila entrate previste per le quali è necessario che la figura professionale scelta abbia un’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, il 38,8% deve avere una esperienza specifica in questo campo e il 31,8% degli ingressi ha un’età al di sotto dei 29 anni.

L’alto grado di innovatività di questo settore trova riscontro nella difficoltà di reperimento sperimentata dalle imprese che supera il 40% per le figure con competenze green (44,5%). In particolare, la mancanza dei candidati è la principale causa della difficoltà segnalata dalle imprese, che coinvolge il 22,8% delle figure con attitudine green ricercate dal comparto.

Tra le principali professioni programmate dalle imprese della filiera nel 2020 per incidenza di competenze green, si osserva la percentuale più elevata per gli ingegneri elettronici e in telecomunicazioni (60,5%), seguiti dagli addetti alla gestione dei magazzini e professioni assimilate (56,0%), dagli ingegneri energetici e meccanici (49,5%) e dai disegnatori industriali (49,2%).

In termini di flussi previsti in ingresso, tra queste risultano le professioni più richieste con elevata importanza di competenze green i meccanici e montatori di macchinari industriali con 8mila ingressi. Seguono gli attrezzisti di macchine utensili, con quasi 4mila entrate e gli installatori e riparatori di apparati elettrici ed elettromeccanici con oltre 3mila unità.

 

LA DOMANDA DI COMPETENZE GREEN NEI SERVIZI AVANZATI

Nel comparto dei servizi avanzati di supporto alle imprese rientra un’ampia gamma di imprese con ambiti di interesse che comprendono le attività legali e contabilità, le attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale, le attività degli studi di architettura e ingegneria, la ricerca scientifica e sviluppo, la pubblicità e ricerche di mercato e le attività di selezione e fornitura di personale. Nonostante il comparto dei servizi avanzati possa apparentemente non sembrare direttamente coinvolto nella transizione verde in corso nell’economia italiana, è importante osservare come la domanda di competenze green interessi sempre di più anche le aziende di questo settore. Proprio nel ruolo di supporto alle imprese più direttamente impattate dalla Green Economy si può individuare il motore che ha portato questo settore a registrare nel 2020 una quota di entrate dell’84,8% per le quali le competenze green sono necessarie; questa quota è tra le più alte del comparto servizi che richiede un’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale al 79,6% delle entrate complessive.

Sono quindi poco più di 125mila le entrate programmate nel 2020 per le quali è necessario che la figura professionale scelta abbia un’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, tra queste il 37,3% deve avere una esperienza specifica in questo campo e per un terzo dei nuovi assunti è stata espressa la preferenza per giovani al di sotto dei 29 anni (il 33% delle entrate previste). È significativa anche la quota di entrate per cui le imprese lamentano difficoltà di reperimento, il 35,3%, di cui per il 19,6% risulta una difficoltà per una preparazione inadeguata dei candidati.

Le green skill sono richieste con importanza elevata ad almeno il 50% delle assunzioni di ingegneri elettronici e in telecomunicazioni (67,6%), ingegneri civili (67,1%, corrispondente a 4.500 ingressi, tra i più elevati nel settore), tecnici programmatori (60,7%), tecnici chimici (59,6%), ingegneri energetici e meccanici (58,9%), disegnatori industriali (56,5%), tecnici della sicurezza sul lavoro (55,7%), tecnici meccanici (54,8%) e architetti (54,4%).

Come già sottolineato, anche le professioni dell’ICT devono confrontarsi con la capacità di comprendere, orientare e gestire i processi nell’ambito della sostenibilità ambientale per poter progettare in maniera efficiente dal punto di vista green i loro sistemi, ma non sono gli unici.

L’eterogeneità delle figure professionali che si leggono in questa graduatoria riflette la molteplicità delle attività svolte dalle imprese che appartengono a questo settore ed è un ulteriore segnale della pervasività della richiesta di competenze green.

Ulteriori informazioni nel capitolo 5 del volume sulle Competenze Green disponibile al seguente indirizzo web: https://bit.ly/3gsBvKM

Scarica QUI l’indagine condotta dalla Camera di Commercio di Salerno

Per maggiori approfondimenti https://bit.ly/3maHer7  e https://bit.ly/3snSaFg

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L’indagine Excelsior: la richiesta di competenze green

L’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale continua a ricoprire un ruolo molto importante nelle richieste delle imprese: per circa 2,6 milioni di ingressi, il 79,3% delle entrate programmate dalle imprese, la competenza green è ritenuta necessaria per svolgere la professione, e per il 38,3% del totale, pari a 1,2 milioni di entrate, il grado di importanza di questa competenza è considerato elevato.

Tra le professioni per le quali la richiesta con importanza elevata di competenze green raggiunge percentuali importanti si incontrano gli ingegneri civili (competenza elevata richiesta per il 68,7% delle assunzioni), gli ingegneri elettronici e in telecomunicazioni (63,4%), i tecnici della gestione di cantieri edili (62,7%), i tecnici della sicurezza sul lavoro (54,5%) e gli ingegneri energetici e meccanici (52,8%).  Data la trasversalità della skill, si evidenziano valori elevati anche in figure meno specializzate, come gli idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e di gas (60,6%) e i cuochi in alberghi e ristoranti (54,6%). Infatti, anche per i cuochi sarà sempre più importante la competenza green, intesa in questo caso come attenzione alla riduzione degli sprechi alimentari, all’uso efficiente delle risorse energetiche e delle materie prime e all’impiego di marchi di qualità e produzioni a chilometro zero.

Dunque, la propensione all’efficienza energetica e alla sostenibilità assume connotazioni diverse e specifiche a seconda della figura e del settore in cui è inquadrata.

Si possono visionare ulteriori informazioni nel capitolo 4.2 della pubblicazione del #SistemaExcelsior “Le Competenze Green” disponibile QUI https://bit.ly/3gsBvKM

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L’indagine Excelsior: la richiesta di competenze green e titoli di studio

La domanda di competenze legate alla ecosostenibilità risulta maggiore per le entrate per le quali si ricercano livelli di istruzione più elevati.

Le competenze green vengono richieste all’84% dei laureati (+0,9 punti percentuali rispetto al 2019), all’83,5% di chi è in possesso di un diploma di istruzione tecnica superiore, mentre la quota per chi non si ritiene necessaria alcuna formazione specifica oltre la scuola dell’obbligo è scesa al 78,2% nel 2020 (-1 p.p.).

Anche per chi detiene una qualifica e/o un diploma professionale o un titolo di studio di livello secondario l’attitudine al risparmio energetico e sensibilità ambientale è un requisito importante per svolgere l’attività in azienda, richiesto rispettivamente al 78,6% e al 78,4% delle entrate del livello di istruzione.

Focalizzando l’attenzione sul grado di importanza elevato della green skill, si osserva per l’istruzione tecnica superiore l’incidenza più alta della domanda di personale con questa preparazione, pari al 45,7% dei contratti attivati a cui è richiesto l’ITS.

Di seguito, per i diversi livelli di istruzione, verranno esaminati gli indirizzi di studio maggiormente caratterizzati da una domanda di competenze green, inerenti cioè il risparmio energetico e l’ecosostenibilità.

Per quanto riguarda la laurea, si evince che gli indirizzi di studio per cui sono richieste competenze green elevate afferiscono soprattutto alle classi di laurea in ingegneria e architettura con valori non inferiori al 50% sul totale delle competenze green domandate dalle imprese. Questo risultato è in linea con le professioni evidenziate nell’analisi precedente, da cui risulta che le imprese richiedono con maggiore intensità le competenze green di figure specialistiche e tecniche.

Al primo posto per la quota di competenze green elevate si trova l’indirizzo di laurea agrario, agroalimentare e zootecnico con il 57,8%. Si prevedono interessanti sviluppi nel campo dell’agricoltura sostenibile, che avrà sicuramente bisogno di figure con una formazione ad hoc come il certificatore di prodotti biologici, l’esperto in tutela ambientale e paesaggistica, per la gestione del territorio, la tutela della biodiversità, la diffusione del biologico, l’efficienza nell’uso delle risorse naturali e la produzione di energie rinnovabili.

A seguire, al 56,2% delle figure laureate in ingegneria civile e architettura sono richieste competenze green con importanza elevata e al 54% per l’indirizzo in ingegneria industriale. Coerentemente, è emerso precedentemente che alcune delle figure a cui sono richieste competenze verdi con maggiore intensità sono proprio gli ingegneri civili e gli ingegneri energetici e meccanici.

Le imprese richiedono competenze green con maggiore intensità ai diplomati nell’indirizzo agrario, agroalimentare e agroindustria, nell’indirizzo turistico, enogastronomico e ospitalità e nell’indirizzo elettronico ed elettrotecnico, che risultano i primi tre titoli sia quando la richiesta dell’attitudine green è di grado elevato sia quando è calcolata nel complesso.

Per quanto riguarda la qualifica e il diploma professionale, le imprese richiedono competenze green con importanza elevata ad oltre il 50% degli operatori di impianti termoidraulici (al 54,7% dei profili ricercati) e agli operatori del benessere (51,5%). Inoltre, si rilevano quote importanti nell’indirizzo ristorazione.

Anche per questa edizione dell’indagine i dati evidenziano una richiesta di competenze green ampia e diffusa per tutti i differenti livelli di istruzione e titoli di studio.

L’attuale contesto è caratterizzato da un cambio culturale che riconosce sempre maggiore importanza agli sforzi intrapresi per perseguire uno sviluppo economico sostenibile. A testimonianza di questo cambio di paradigma si ricorda come anche l’Unione Europea punti in maniera decisa sulla Green Economy per accelerare l’uscita dalla crisi economica causata dalla pandemia di COVID-19.

La trasformazione in atto richiede quindi sia l’istituzione di percorsi formativi di specializzazione per i nuovi Green Jobs e per il reskilling delle professioni “tradizionali”, sia percorsi che facilitino il cambiamento culturale necessario a sviluppare le sempre più ricercate competenze green.

Le opportunità di sviluppo offerte dalla Green Economy sono un’occasione unica che l’economia italiana dovrebbe sfruttare in modo efficace per recuperare a seguito degli effetti della pandemia. È necessario organizzare percorsi di collaborazione fra imprese, operatori della formazione professionale, università e scuola, al fine di stabilire le competenze che servono e contribuire a una condivisa programmazione dell’offerta formativa che sia aderente ai reali fabbisogni professionali del mercato.

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L’indagine Excelsior: le imprese che investono in tecnologie e prodotti green

La quota di imprese che investono in prodotti e tecnologie green resta stabile – nonostante il periodo di crisi nel 2020- al 21,4%, e corrisponde a oltre 296mila aziende.

La sostanziale stabilità della quota di imprese eco-investitrici può essere letta come un segnale del ruolo di acceleratore della ripresa che le imprese riconoscono alle tecnologie green anche in un periodo di forte crisi e di contrazione degli ingressi programmati.

Sono 900mila i contratti attivati dalle imprese che hanno dichiarato di avere fatto eco-investimenti nel 2020, corrispondenti ad una quota del 28%, in calo rispetto agli anni precedenti, che va però contestualizzato nella contrazione generalizzata del numero delle entrate a causa della crisi pandemica.

Considerando la quota di imprese che investono in prodotti e tecnologie green suddivise per settore economico di appartenenza è interessante notare come siano le imprese dei servizi a dare maggiore impulso all’aumento del numero di imprese ecoinvestitrici. Infatti, la quota di imprese che investono in tecnologie green nei servizi aumenta di 0,7 punti rispetto al 2019, mentre la quota di imprese ecoinvestitrici nel settore industriale cala di 1,3 punti percentuali.

In particolare, tra i comparti del settore industriale con più elevata quota di imprese ecoinvestitrici si segnalano le public utilities (39,3%, in aumento di 4,6 p.p. rispetto al 2019), le industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere (35,8%), le industrie della gomma e delle materie plastiche (32,1%). Seguono, con valori inferiori, la meccanica (26,2%, in +1,5 p.p.) e le industrie elettriche, elettroniche, ottiche e medicali (25,9%, +3,4 p.p.), entrambi nuovi ingressi in questa classifica.

Per quanto riguarda la quota di contratti attivati da queste imprese, risulta il valore più elevato per le public utilities, per cui il 46,5% delle entrate del settore nel 2020 è programmato dalle imprese che investono in tecnologie green.

Per i servizi trasporto, logistica e magazzinaggio rimangono il comparto a maggior propensione di investimenti in prodotti e tecnologie green per il 2020, con una quota del 26,5%, pur registrando una diminuzione di 2,4 punti percentuali rispetto al 2019. Seguono i servizi di alloggio, ristorazione e turistici (24,8%, +3,6 p.p.), servizi finanziari e assicurativi (24,3%, +5,2 p.p.), servizi informatici e delle telecomunicazioni (22,3%, +5,2 p.p.) e il commercio al dettaglio (20,5%, +2,5 p.p.).

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L’indagine Excelsior: La domanda delle imprese di Green Jobs

Occorre esaminare la domanda per Green Jobs, che comprendono sia professioni specifiche – in alcuni casi emergenti – richieste per soddisfare i nuovi bisogni della Green Economy, sia lavori esistenti caratterizzati da un reskilling in chiave green, sia figure non strettamente green ma che supportano le attività verdi.

Le imprese hanno programmato nel 2020 oltre 1,1 milioni di contratti per Green Jobs, che rappresentano il 35,7% delle entrate, quota che risulta in aumento di un punto percentuale rispetto al 34,7% del 2019.

Quindi, nonostante la diffusa contrazione delle assunzioni nel 2020 causata dalla crisi pandemica, l’interesse delle imprese per le professioni “verdi” non è diminuito.

I risultati del Sistema Informativo Excelsior mettono in evidenza che i Green Jobs sono caratterizzati da una richiesta più intensa – rispetto alle altre professioni – di problem solving, competenze digitali, capacità matematiche e informatiche e capacità di gestire soluzioni innovative.

Esaminando la distribuzione degli ingressi relativi ai Green Jobs per macrosettore delle imprese, si osserva come nel settore industriale la quota di entrate relative ai Green Jobs sia marcatamente superiore a quella rilevata nei servizi, 67,4% contro 22,8%. Inoltre, se per i servizi questo dato è sostanzialmente stabile rispetto al 2019, per il comparto industriale si registra un aumento di 1,9 punti percentuali.

I Green Jobs sono identificati non solo tra le professioni impegnate nella produzione di beni e servizi green, ma anche e soprattutto tra le professioni coinvolte nella riduzione dell’impatto ambientale dei cicli produttivi che sono, necessariamente, maggiormente connesse con le imprese del settore industriale.

In particolare, le incidenze maggiori di entrate programmate relative ai Green Jobs per l’industria si rilevano nelle costruzioni (85,4%, +3,4 punti percentuali rispetto al 2019), nelle industrie della gomma e materie plastiche (85,2%, +4,7p.p.), nella meccanica (85,1%, +0,7 p.p.) e nella metallurgia (83,9%, +5,6 p.p.).

Inoltre, è interessante segnalare come il settore delle costruzioni contribuisca da solo al 23,1% del totale delle entrate programmate per Green Jobs, pari a 267mila assunzioni nel 2020.

Infatti, per rispondere alle esigenze nel campo dell’edilizia sostenibile, che sarà notevolmente incentivata grazie a fondi europei previsti dal Recovery and Resilience Facility, il settore ha bisogno di competenze in ambiti quali tecnologie e materiali ecologici, soluzioni decentralizzate per le energie rinnovabili, circolarità, digitalizzazione e ristrutturazione delle costruzioni esistenti nel rispetto dei requisiti di accessibilità.

Nel campo dell’edilizia potrà emergere una domanda di Green Jobs quali il progettista specializzato in edilizia sostenibile, esperto in bioarchitettura, il certificatore energetico, il valutatore dell’impatto ambientale.

Per quanto riguarda i servizi, i trasporti e la logistica presentano l’incidenza più elevata di entrate di personale green, il 74,1% (+3 punti percentuali rispetto al 2019), pari a oltre 183mila unità, il 15,9% del totale. Il settore dei trasporti viene infatti considerato strategico per la Green Economy per le attività connesse all’aumento dell’efficienza e alla riduzione dell’impatto ambientale dei differenti metodi di trasporto, inclusi autotrasporti e trasporto di massa.

Tra i servizi presentano una richiesta di Green Jobs per oltre la metà dei flussi in entrata, il commercio all’ingrosso (62%), il commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli (53,5%) e l’informatica e le telecomunicazioni (50,4%).

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L’indagine Excelsior: La Transizione Green

Nel 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”, fissando i cosiddetti Sustainable Development Goals (SDGs), avendo come prospettiva l’idea della sostenibilità intesa come una trasformazione profonda in cui aspetti economici, ambientali e sociali sono intimamente collegati. Trascorso un terzo dei quindici anni fissati dall’Agenda, si osserva che è ancora lungo il percorso per raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

L’impegno congiunto dei Paesi per la lotta ai cambiamenti climatici è stato formalizzato sempre nel 2015 anche con l’Accordo di Parigi, in cui i 190 Paesi firmatari si sono impegnati per combattere il cambiamento climatico e per accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile a basse emissioni di carbonio.  L’Accordo di Parigi, che è il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, pone tra gli obiettivi mantenere l’aumento della temperatura globale di questo secolo ben al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e perseguire gli sforzi per limitare ulteriormente l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius.

Qual è la strategia green dell’Unione Europea?

Nel 2019 la Commissione Europea ha presentato la nuova strategia di crescita dell’Unione: il Green Deal Europeo che si dovrebbe concretizzare in una serie di misure che saranno realizzate nel prossimo futuro con l’intento di rendere l’Europa il primo continente al mondo neutrale da un punto di vista climatico entro il 2050.

Il Green Deal Europeo si articolerà attorno ad alcuni temi specifici, quali biodiversità, agricoltura e industria sostenibili, energia pulita, costruire e ristrutturare migliorando l’efficienza energetica degli edifici e nel rispetto dell’economia circolare, mobilità sostenibile, eliminazione dell’inquinamento. La crisi pandemica provocata dalla diffusione del Covid-19 non ha fermato le politiche per la rivoluzione verde, anzi, questa è diventata pilastro sempre più centrale della ripresa economica sia in Italia che in Europa. Il piano Next Generation EU mira ad una ripresa sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa per tutti gli Stati membri, investendo soprattutto nella transizione energetica e nella transizione digitale.  Ogni Paese è vincolato a destinare almeno il 37% dei fondi alla transizione verde, in linea con quanto stabilito dal Green Deal Europeo e con l’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, e non meno del 20% alla transizione digitale.   I temi della Green Economy, dei Green Jobs e del loro impatto sul mercato del lavoro sono quindi l’elemento decisivo per una ripresa economica che passi attraverso la transizione ecologica.

La sostenibilità competitiva e la resilienza alla crisi sono oggi considerate due facce della stessa medaglia, ribadendo come la dimensione verde sia un fattore cruciale della resilienza europea e la risposta alla crisi viene vista come un’opportunità unica per accelerare il Green Deal europeo. In questa prospettiva, per cogliere le opportunità della green economy sarà indispensabile saper valutare in anticipo quali competenze professionali saranno necessarie per accompagnare e accelerare il processo di transizione. In questo contesto diventa ancora più importante lo sforzo intrapreso da Unioncamere per studiare il fenomeno della Green Economy, anche attraverso il progetto Excelsior realizzato in accordo con l’ANPAL.

Le ricerche del Sistema Informativo Excelsior sulla Green Economy

Il Sistema Informativo Excelsior fornisce diversi strumenti per studiare la Green Economy in tutte le sue diverse sfaccettature, sia dal lato degli investimenti delle imprese sia come impatto sul mercato del lavoro italiano.  Dall’edizione 2019 viene adottata la definizione di Green Job elaborata dallo statunitense National Center for O*NET Development a partire dalla ricerca “Greening of the World of Work: Implications for O*NET®-SOC and New and Emerging Occupations”. Il passaggio dalla ricerca originale del National Center for O*NET Development ad una classificazione utilizzabile ai fini Excelsior ha comportato un lavoro di transcodifica in più fasi: dalla classificazione SOC (Standard Occupational Classification) dei Green Jobs O*Net si è passati alla classificazione internazionale delle professioni ISCO-08, su cui è costruita quella europea ESCO e da quest’ultima alla CP2011 arrivando a definire un elenco di figure al V digit della classificazione.

Nel database O*NET viene considerato “green” ogni lavoro che potrebbe essere impattato dalla Green Economy e vengono identificate tre tipologie in funzione dell’effetto che questa nuova economia ha sui compiti, sulle skill e sulle conoscenze richieste dal lavoro:

  • green new and emerging: sono lavori unici, creati per soddisfare i bisogni della nuova Green Economy;
  • green enhanced skills: sono lavori esistenti che richiedono cambiamenti significativi in compiti, skill e conoscenze;
  • green increased demand: sono lavori esistenti per i quali ci si aspetta un incremento della domanda grazie all’incremento della Green Economy ma non richiedono significanti cambiamenti nei compiti, skill o conoscenze. Sono lavori considerati indirettamente green in quanto supportano le attività della Green Economy ma non implicano alcun compito strettamente green.

Inoltre, nel Sistema Informativo Excelsior viene rilevata la richiesta delle imprese di competenze green ovvero dell’“attitudine al risparmio energetico e sensibilità alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività aziendali”. L’attitudine green delle risorse umane misura il grado di sensibilità al tema, è pervasiva, quindi trasversale nelle professioni e nei settori, e può riguardare attività lavorative che agiscono attivamente o passivamente rispetto le attività e le tecnologie della Green Economy. A seconda della professione rappresenta una propensione che può essere di supporto alla transizione verde implementando strumenti e attività e/o essere solo utilizzatrice di questi strumenti, regole e prassi utili a supportare un approccio green.

Scarica QUI l’indagine condotta dalla Camera di Commercio di Salerno

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L’umano è una mente, un progetto, una libertà di Alex Giordano

Cosa dobbiamo aspettarci dall’epoca post-pandemica? Da dove dobbiamo ripartire per scrivere nuove forme di futuro? Sono domande che ognuno di noi si pone in questi giorni che sia studente, insegnante, imprenditore o altro, perché la vita di ognuno è oggi profondamente condizionata dal caos, come l’ha chiamato Franco Berardi nel corso del ciclo di Seminari #NoExit, che il Covid ha prodotto. È un caos che si trova in vari campi: quello ambientale, quello geopolitico, quello sanitario. Ed è su questi campi che si sta creando il “gioco dei tempi a venire”.

Il caos si trova in campo ambientale, in campo geopolitico e in campo sanitario ed è su questi campi che si sta crendo il gioco dei tempi a venire.

Franco Beradi BIFO

Ne abbiamo parlato a #NoExit, una serie di incontri dedicati a 6 temi: Antropocene, Lavoro, Commons, Algoritmi, Modelli alternativi alla Silicon Valley e Futuro che qui di seguito riproponiamo tutti insieme.

Abbiamo deciso, infatti, di raccogliere in questo unico documento le registrazioni dei 6 incontri del ciclo #NoExit, che ha visto tra ottobre e dicembre alcuni scienziati sociali scelti tra i massimi esperti di tematiche cruciali della transizione post-pandemica ai quali è sato chiesto di analizzare il presente per tracciare alcune vie di fuga verso il futuro.

Prendete questa raccolta come un piccolo dono, una strenna, che consolida la partnership tra il progetto PIDMed ed il Societing Lab, nella speranza che si possa rivelare una lettura (multimediale) che sia di stimolo per immaginare nuove forme di futuro anche per la comunità della pmi coaugulate intorno al progetto PIDMed realizzato dalla CCIAA di Salerno e dall’Università Federico II di Napoli.

Seguite questi contenuti, anche scegliendo quelli che vi sembrano di vostro interesse: le analisi dei relatori che si sono avvicendati sono veramente interessanti e a risentirle tutte insieme offrono grandi stimoli di riflessione, sia per le letture speciali che ci danno sulla contemporaneità, sia per lo sguardo che ci invitano ad avere verso il futuro.

Ragionando di rapide evoluzioni e cambiamenti in corso si è parlato molto del ruolo della Cina in questo momento storico, come potenza emergente di fronte ad un occidente che, per usare le parole di Franco Berardi, “si trova da qualche anno in una fase di declino e disgregazione”. Collego mentalmente questa affermazione alla riflessione di Elisa Oreglia riguardo la compresenza di tre macro-modelli socio-economici che vedono un diverso rapporto fra lo Stato e il Mercato:

  • il modello Americano, dove l’innovazione è nelle mani del settore privato e dove c’è un certo scetticismo nei confronti dello Stato da parte dei cittadini e le aziende sono la forza benevola del progresso;
  • il modello Europeo, dove, secondo lei, si vuole prevedere il futuro e controllarlo, con un ruolo forte dello Stato nell’orientare i processi di cambiamento e un mercato che tende ad avere meno slanci innovativi;
  • il modello Cinese, in cui lo Stato viene visto come una forza positiva soprattutto nelle campagne e svolge un ruolo di supporto per le imprese lasciandole libere di crescere e diventare competitive a livello mondiale.

Gli algoritmi non sono per niente neutri

Tiziano Bonini

 

La Cina è dunque l’alter ego degli USA e della vecchia cara Europa nel suo rapido processo di innovazione socio-tecnica e -secondo le parole di Franco Berardi- oggi è un laboratorio perfetto in cui “congegni di Intelligenza Artificiale agiscono in integrazione con la cattura di dati dal mondo esistente” verso la progressiva creazione dell’”automa cognitivo globale”. L’elemento-chiave di questo processo di automatizzazione delle nostre vite è l’Algoritmo, ben spiegato da Massimo Airoldi e Tiziano Bonini, i quali hanno sottolineato come gli algoritmi, automatismi (oggi) eseguiti non da persone ma da macchine, non sono per niente neutri. Nel codice dell’algoritmo infatti entrano le culture degli sviluppatori e la stessa azione degli algoritmi produce un effetto di dipendenza dal percorso. In questo senso è la cultura stessa che diventa algoritmica e il design e i dati diventano “attori sociali”.

È la cultura stessa che diventa algoritmica e il design e i dati diventano “attori sociali”

Massimo Airoldi

 

Commons e gestione dei beni comuni sono una terza via, un nuovo modo di produzione che va oltre privato e pubblico e genera valore d’uso

Tiziana Terranova

Trovo tutto questo molto potente (ascoltate gli interventi indicati e capirete) e, per questo, trovo ancor più interessante le riflessioni di Tiziana Terranova che, di fronte a questa contingenza che sembra portarci dritto alla fine della storia, invece riapre con una proposta totalmente alternativa, che porta i Commons al centro di una diversa idea di società, in una nuova organizzazione dei beni comuni. Una terza via che va oltre il privato e il pubblico, per mettere a valore risorse collettive che possono produrre nuovo valore condiviso. Il passaggio concettuale, che si sta facendo anche grazie alle esperienze concrete realizzate sul campo, è quello di gestire i beni comuni collettivamente riconoscendone il peso per la produzione del loro valore d’uso e non solo per un eventuale valore finanziario. Certo, si tratta di un nuovo modo di produzione che chiede una reinvenzione del welfare e delle forme di governo in generale. Un’utopia? No! Ci sono già diversi beni gestiti secondo questa logica e città come Napoli sono un cantiere aperto da questo punto di vista.

Serve un nuovo modello sociale, più inclusivo e più attento alla valorizzazione delle risorse storico-culturali ed ambientali di un paese meraviglioso come l’Italia

Giustina Orientale Caputo

Pensando a questa nuova idea di valore dei beni comuni e di ruolo cooperativo delle persone all’interno delle comunità, risuonano le parole di Giustina Orientale Caputo che, chiamata a riflettere sul tema del lavoro, ha concluso l’incontro auspicando per il nostro paese un nuovo modello sociale, più inclusivo e più attento alla valorizzazione delle risorse storico-culturali ed ambientali di un paese meraviglioso come l’Italia. Serve, ha detto, immaginazione. Che forse è la ricetta necessaria anche per affrontare il tema dei temi, l’Antropocene, con tutti gli effetti nefasti che Gennaro Avallone non ha risparmiato di ricordare: quelli del clima, quelli ambientali, insieme a quelli sociali.

Antropocene è una parola che significa che miliardi di persone nel mondo riconoscono di avere un problema comune

Gennaro Avallone

Vie di uscita ne abbiamo?

I nostri relatori ci hanno indicato due fattori-chiave per uscire da questo caos. Forse non sono gli unici ma sono di certo rilevanti.

Il primo sono le donne. La loro autonomia, la libertà di scelta, la creazione di pari opportunità consentirà di dare una svolta al cambiamento. Al centro il tema della riproduzione che significa, come ha detto Gennaro Avallone, occuparsi dell’ambiente di vita e occuparsi della cura di questi ambienti. Alle donne Giustina Orientale Caputo ha aggiunto anche i giovani perché, a suo avviso, questi sono gli attori sociali dai quali può arrivare l’innovazione. Anche Tiziana Terranova, ricordando che viviamo in una BioCommons cioè in una dimensione biologica che è un bene comune, ha fatto riferimento alla necessità di ripensare l’umano nella sua relazione simpoietica anche con l’ambiente e ha confermato il ruolo-chiave della scelta delle donne nella procreazione.

L’altro fronte da pensare e ripensare è quello delle tecnologie. Tiziana Terronava ha sottolineato come sia da ripensare la relazione con il non umano e con gli oggetti tecnici. E Giustina Orientale Caputo ha detto che nel nuovo modello di sviluppo sociale dobbiamo considerare per forza come le tecnologie siano uno strumento potentissimo che ci può consentire nuovi salti e nuove immaginazioni.

Una parte dell’innovazione del futuro verrà dal basso e si baserà sull’adattare le risorse tecniche sulla dimensione locale
Elisa Oreglia

 

Elisa Oreglia, raccontando di Birmania, Cambogia ma anche della Cina (dove la presenza di schermi ovunque e i nuovi social come Tik Tok stanno producendo una società iper-connessa) ha detto che una parte dell’innovazione del futuro verrà dal basso e si baserà sull’adattare le risorse tecniche alla dimensione locale nella logica che Adam Arvidsson, direttore scientifico del ciclo #NoExit ed ottimo chairperson dei cinque incontri, ha definito economia industriosa.

Sembra interessante che la via di uscita che emerge dagli incontri di #NoExit presupponga un doppio binario: quello dell’innovazione sociale e insieme quello dell’innovazione tecnologica.

Non so dire se questa lettura sia la causa o l’effetto dello sguardo che anche noi abbiamo sul mondo, fatto sta che è proprio pensando all’esigenza di innovazione tecnologica e di innovazione sociale che, da qualche anno, stiamo svolgendo un lavoro artigianale e quotidiano fatto su più fronti:

  • quello dell’Università e quindi quello della ricerca, della didattica e della cosiddetta terza missione che, per noi, si traduce nella creazione di ponti soprattutto con le MPMI del territorio;
  • il fronte che appunto ci vedere collaborare al supporto dei processi di transizione digitale ed ecologica a cui sono chiamate le imprese (soprattutto grazie alle attività del progetto PIDMed);
  • e in ultimo il fronte dell’interazione interistituzionale, per il rafforzamento delle opportunità del territorio e per la co-creazione di una nuova cultura ecologica dell’agire pubblico a vantaggio del rafforzamento del capitale sociale.

In questo modo le piste di lavoro per il nostro 2022 sono tracciate. Nel nuovo anno verranno aperte le porte del Societing Lab, uno spazio speciale che sta nascendo nella sede e nell’ecosistema di San Giovanni a Teduccio, per favorire occasioni di incontro, studio, e interazione sui temi dell’innovazione sociale e tecnologica.

Sarà una palestra dell’innovazione, un luogo privilegiato per facilitare l’apprendimento e addestrare alla complessità.

La sua missione principale sarà quella di bridging: un ponte che dovrà facilitare l’incontro tra l’ecosistema universitario (della ricerca e della didattica) e tutti gli attori esterni: il mondo delle piccole e medie imprese; le altre istituzioni; organizzazioni formali e informali:

  • favorendo la crescita delle competenze innovative per gli studenti;
  • creando occasioni per facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di nuove professionalità;
  • supportando le micro, piccole e medie imprese verso le due grandi transizioni ecologica e digitale.

Exit o #NoExit? Parafrasando Michel Crozier noi anche quest’anno continueremo nell’esercizio della Voice perché «L’umano non è soltanto un braccio e non è soltanto un cuore. L’umano è una mente, un progetto, una libertà».

Buon Anno.
Speriamo bene 😉

GUARDA I VIDEO DEGLI INCONTRI NOEXIT

Scarica QUI la strenna di transizione 2021 – 2022 del progetto PIDMed con la raccolta di tutti i video di NoExit”

 

L’indagine Excelsior: Il mismatch territoriale di competenze digitali

La difficoltà di reperimento è uno degli effetti del mismatch domanda e offerta di lavoro, ossia quel fenomeno per cui le imprese hanno difficoltà a trovare i profili di cui necessitano. Questa problematica nel 2020 ha riguardato quasi una figura su tre (29,7%) sul totale delle entrate programmate. Conoscere la fenomenologia della difficoltà di reperimento è utile per mettere in piedi tutte quelle azioni utili alla riduzione del mismatch della domanda offerta di lavoro.
Si ripropone quindi il fondamentale tema dell’orientamento e dei relativi servizi di supporto, tra cui un’ampia informazione sui potenziali sbocchi lavorativi al momento di scegliere il percorso di formazione da intraprendere.
Una delle informazioni più preziose monitorate attraverso l’indagine Excelsior è la valutazione operata dalle imprese sulla difficoltà di reperimento delle figure professionali in entrata per cui l’approfondimento in questo post verterà sulla difficoltà di reperimento di digital skill per territorio e classe dimensionale di impresa
La richiesta di competenze digitali di base e la capacità di gestire e produrre strumenti di comunicazione visiva e multimediale si attesta addirittura al 60,4% delle entrate programmate del 2020.
Per comprendere il mismatch domanda – offerta di lavoro occorre anche esaminare il grado di difficoltà di reperimento delle competenze per il digitale a livello territoriale.
In particolare, di seguito si focalizzerà l’analisi sulle entrate riferite a una richiesta della competenza di importanza elevata, la cui difficoltà di riferimento è pari a 36,3% (dato nazionale). Il dato della difficoltà di reperimento a livello regionale e provinciale è del 32,1% della Regione Campania e del 30,6% in provincia di Salerno.

Per quanto riguarda la competenza di elevato livello riferita all’utilizzo dei linguaggi e metodi matematici e informatici, il dato nazionale della difficoltà di reperimento è pari al 38%, in particolare in Regione Campania è pari al 33,2% e in provincia di Salerno si attesta intorno al 26%.

Per quanto riguarda la competenza di elevato grado riferita all’utilizzo della tecnologia 4.0 per innovare processi, la difficoltà di reperimento è pari a 39,4%.

Il dato della difficoltà di reperimento a livello regionale e provinciale è del 34,4% in Campania e del 28,2% in provincia di Salerno.

Scarica  l’indagine  QUI condotta dalla Camera di Commercio di Salerno

Per maggiori approfondimenti https://bit.ly/3maHer7   |  https://bit.ly/3pOg9fJ

#SistemaExcelsior

L’indagine Excelsior: le competenze digitali per i giovani under 30

La richiesta di competenze digitali travalica i settori economici, i territori, le aree aziendali, i titoli di studio e i gruppi professionali, inoltre si dimostra un vettore di innovazione sia dei comparti più avanzati che dei settori più “tradizionali”. L’importanza delle competenze digitali come driver del successo produttivo, organizzativo e di business delle aziende merita di essere studiata anche in riferimento alle tematiche dell’occupazione giovanile.

Le entrate previste per il 2020 rappresentano un’opportunità per i più giovani che hanno acquisito competenze digitali durante gli anni di formazione scolastica o universitaria.

La domanda di nuovi occupati al di sotto dei 30 anni è costante per tutte le tipologie di competenze digitali analizzate, infatti i valori sono in un range tra il 28 e il 28,5% di giovani under 30 all’interno dell’insieme delle entrate programmate al quale sono richieste competenze digitali di grado elevato.

Per quanto riguarda la suddivisione delle entrate programmate di giovani under 30 nelle varie classi dimensionali di impresa, oltre ad un’ovvia prevalenza delle grandi imprese con oltre 500 dipendenti, si nota che le imprese che accolgono una percentuale più bassa di giovani con e-skills mix non sono le piccole o le piccolissime imprese, ma le medie. Infatti nella classe dimensionale 50-499 dipendenti abbiamo i valori più bassi per le entrate di under 29 con e-skills, 24,4% per la capacità di usare linguaggi matematici, 26,9% per le competenze digitali (valore però più alto rispetto alle piccole imprese, 26,2%), 24,4% per la capacità di applicare tecnologie 4.0.

Focus Territoriale

Per quanto concerne le entrate programmate nel 2020 di personale con elevate competenze di comunicazione visiva e multimediale, occorre fare un focus territoriale anche riguardo agli under 30.

  • Tra le entrate programmate con un elevato grado di importanza delle competenze di comunicazione visiva e multimediale abbiamo un valore pari al 28,2% in Regione Campania e al 29,3% in provincia di Salerno
  • Per le entrate programmate di under 30 con elevate capacità di utilizzare linguaggi e metodi matematici e informatici ci attestiamo intorno al 25% Regione Campania e 23% provincia di Salerno
  • Le entrate per elevato grado di importanza delle capacità di applicare tecnologie 4.0 è del 26,6% in Regione Campania e del 27,2% in provincia di Salerno.

Scarica QUI  l’indagine  condotta dalla Camera di Commercio di Salerno

Per maggiori approfondimenti https://bit.ly/3maHer7   |  https://bit.ly/3pOg9fJ

#SistemaExcelsior

Andrea Prete ed il ruolo del PIDMed nella conferenza di fine mandato alla Camera di Commercio di Salerno

Questa mattina il Presidente della Camera di Commercio di Salerno e Presidente Nazionale di Unioncamere Andrea Prete, durante una conferenza stampa di fine mandato, ha presentato il consuntivo delle attività della Camera di Commercio di Salerno nel quinquennio 2016-2021

Il progetto PIDMed si conferma tra i progetti di punta della CCIAA di Salerno e come guida per le politiche di trasformazionedigitale dedicata alle micro e piccole imprese.

La consiliatura che si sta per chiudere, avviata nell’ottobre del 2016, ha visto impegnata la Camera di Commercio di Salerno nelle funzioni di competenza che sono: di tipo amministrativo, quali la tenuta di registri, elenchi, albi e ruoli, gli adempimenti burocratici connessi; funzioni di regolazione del mercato, quali l’istituzione di camere arbitrali, sportelli di conciliazione, la vigilanza per la repressione delle azioni di concorrenza sleale; funzioni promozionali attraverso iniziative di diverso tipo volte a sostenere l’economia della provincia e il sistema delle imprese.

Le attività promozionali costituiscono una leva fondamentale con cui la Camera di Commercio di Salerno può incidere nel tessuto produttivo provinciale e che, quindi, caratterizzano le politiche economiche dell’Ente.

In tal senso, le scelte operate sono riassumibili in tre azioni specifiche:

1) esclusivo coinvolgimento diretto della Camera nella realizzazione delle iniziative, con la soppressione delle contribuzioni a soggetti terzi se non imprese;
2) forte concentrazione delle risorse: in tutto sono state circa 15 le iniziative su cui è stato destinata la grande parte del budget per gli interventi promozionali;
3) la Camera ha restituito al territorio, sotto forma di iniziative promozionali, circa un terzo degli introiti, oltre ad assicurare la produzione/erogazione dei servizi amministrativi assegnati per legge.

Nello specifico, le iniziative promozionali sono state concentrate su tre linee strategiche d’intervento: l’internazionalizzazione, il turismo e la promozione del territorio e soprattutto la digitalizzazione delle imprese che vede come progetto di punta il PIDMed, Punto Impresa Digitale a vocazione mediterranea realizzato in partnership con Università Federico II di Napoli.

Circa la digitalizzazione, oltre alla concessione di voucher alle imprese, grande attenzione è stata dedicata alla formazione, alla consulenza e all’assistenza tecnica, proprio grazie alle attività realizzate con la prototipazione del PIDMed nell’ambito del progetto nazionale PID – Punto Impresa Digitale, all’interno del quale si attesta tra le più attive esperienze in campo nazionale. Attraverso i servizi erogati attraverso il PIDMed le imprese che hanno introdotto, o hanno potenziato, i loro investimenti nel digitale, hanno potuto affrontare meglio la crisi causata dalla pandemia.

La Conferenza Stampa si è conclusa con la proiezione di un video di 5 minuti con la voce di alcuni imprenditori che hanno partecipato alle attività della prima stagione del progetto PIDMed che ha visto coinvolte più di 300 imprese nell’attività di trasformazione digitale ed oltre 120 in azioni di orientamento, quasi 600 assessment per la misurazione della #maturitàdigitale delle imprese, più di 30 percorsi formativi con la partecipazione di oltre 32.000 partecipanti dal vivo e on-line.

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