Il sentiment della business community italiana, secondo l’indicatore elaborato da The European House – Ambrosetti, conferma a fine 2019 il moderato ottimismo già espresso a settembre dal mondo delle imprese, con un valore che si attesta a +17,3 su una scala che va da -100, completo pessimismo, a +100, massimo ottimismo. Risulta in calo l’ottimismo sulla situazione a 6 mesi, che si riduce da 17,1 punti a 11,7.
Sui dati occupazionali invece l’indicatore di sentiment passa da un asfittico 2,6 a un 13,5 ma resta inferiore alla fiducia registrata in tutti gli altri ambiti e rimane a un livello assoluto particolarmente basso. Ed è in linea, per altro, con quanto si osserva anche a livello macroeconomico: i dati mostrano come il tasso di occupazione sia in costante crescita (addirittura ai massimi storici dal 1977), ma anche che a questo non si accompagna un aumento delle ore lavorate.
Si avverte la mancanza di un progetto politico, economico, sociale e culturale che guardi al di là dell’immediato per incentivare gli imprenditori e le imprese a pianificare investimenti, occupazione e crescita.
Intanto il 2019 si è chiuso nel segno della stagnazione. Molti istituti di ricerca sono pronti a scommettere che la crescita del 2020 sarà la metà di quella immaginata nella primavera scorsa con l’ultimo Documento di economia e finanza mentre il governo accredita una crescita dello 0,6%. I dati sul 2019 dicono che il manifatturiero è in calo mentre il terziario regge e garantisce una crescita di posti di lavoro pur essendo, come detto, lavoro povero e mal pagato, spesso part time. Se stagna l’economia, quindi, è anche per via delle condizioni dei lavoratori che riducono i consumi.
Ma non sarebbe un gran bel tema per chi fa politica tornare a parlare del lavoro e dei (ma anche coi) lavoratori?

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