Ottobre porta tre segnali che parlano di infrastrutture, competenze e persone: tre livelli diversi della stessa trasformazione. Un sistema nazionale di identità digitale che si apre alle imprese private, una norma tecnica che per la prima volta in Europa mette ordine nelle professioni dell’intelligenza artificiale, e una ricerca che racconta come i più giovani stiano già cambiando il modo di lavorare in azienda.
IT-Wallet apre alle imprese private: l’identità digitale diventa infrastruttura
Il sistema IT-Wallet, il portafoglio digitale nazionale per identità e attestati elettronici, è entrato in una nuova fase di sviluppo. Dopo l’apertura dell’ambiente di test ai fornitori privati avvenuta a maggio 2026, le aziende interessate possono ora richiedere l’accesso rivolgendosi all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, per sperimentare le proprie soluzioni tecnologiche sui principali casi d’uso del sistema, in un ambiente sicuro e controllato.
Il passaggio ha già un primo protagonista concreto: Intesa, società di Havant Group attiva nei servizi fiduciari, ha ottenuto il 9 luglio 2026 l’accreditamento nella federazione IT-Wallet come Verificatore di Attestati Elettronici, il primo operatore privato con questo ruolo in Italia.
Il quadro normativo è definito dal decreto del 17 giugno 2026, che ha formalizzato le linee guida del sistema e le condizioni della sperimentazione. L’articolo 5f del decreto stabilisce che le imprese private obbligate per legge europea o nazionale a utilizzare una strong user authentication per l’identificazione online dovranno, su richiesta volontaria dell’utente, accettare anche un European Digital Identity Wallet conforme alle norme europee. Il regolamento europeo sull’identità digitale chiede inoltre a tutti gli Stati membri di rendere disponibili wallet di identità digitale entro la fine del 2026.
Per una PMI che gestisce accessi, autenticazioni o verifiche documentali con i propri clienti, è un fronte da iniziare a monitorare: non è ancora un obbligo diffuso, ma il perimetro si sta definendo rapidamente.
L’Italia mappa per prima in Europa le 12 professioni dell’intelligenza artificiale
Il 30 aprile 2026 è stata pubblicata la norma UNI 11621-8:2026, primo standard in Europa a definire in modo sistematico i profili di ruolo professionale che operano nel settore dell’intelligenza artificiale. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica, Alessio Butti, ha dichiarato: “Siamo i primi in Europa ad aver rilasciato uno standard, coerente con l’AI Act e con la normativa nazionale, che mira a rafforzare il perimetro delle competenze e le relative responsabilità nell’Intelligenza Artificiale.”
La norma individua dodici profili che coprono l’intera filiera dell’AI: dal Chief AI Officer, responsabile della governance strategica, all’AI Research Scientist, fino a figure più operative come l’AI Consultant, l’AI Prompt Engineer e l’AI Data Engineer. Per ciascun profilo sono specificati missione, compiti principali, competenze, conoscenze, abilità e indicatori chiave di prestazione, secondo la metodologia dell’e-Competence Framework europeo.
Per le imprese, il valore pratico è concreto: la norma offre un linguaggio tecnico condiviso per scrivere annunci di lavoro, valutare un consulente esterno o strutturare un piccolo team interno, con competenze e responsabilità definite anziché titoli inventati caso per caso. In un settore dove la confusione sui ruoli è ancora la norma, è uno strumento che aiuta a chiedere, e a offrire, le competenze giuste.
Gen Z in azienda: l’AI non divide le generazioni, le avvicina
Una ricerca Ipsos-Doxa realizzata per ASUS su 400 manager italiani, pubblicata all’inizio di ottobre, restituisce un dato che ribalta uno stereotipo comune. Il 68% dei manager conferma che la Gen Z si aspetta di trovare sul PC aziendale app, software e funzionalità AI comparabili a quelle che usa nella vita privata. Ma il dato più interessante riguarda la dinamica tra generazioni: per il 58% dei manager, l’intelligenza artificiale non divide i lavoratori per età, ma li avvicina. I più giovani insegnano ai colleghi senior come usare i nuovi strumenti, i più esperti trasmettono visione di business ed esperienza.
L’AI, in questo quadro, non viene percepita come una minaccia dai lavoratori più giovani, ma come uno strumento per liberarsi delle mansioni ripetitive e burocratiche, concentrandosi su ciò che genera più valore.
Per una PMI che fatica a trovare e trattenere giovani talenti, è un segnale da non sottovalutare: la dotazione tecnologica dell’azienda è già, oggi, un criterio con cui i più giovani valutano un posto di lavoro. E l’AI, usata bene, può diventare un ponte tra generazioni invece che una barriera.
Cosa significa per le PMI
Tre segnali, tre piani diversi della stessa trasformazione. Un’infrastruttura nazionale che ridefinisce come imprese e cittadini si identificano online. Uno standard che mette ordine nelle competenze dell’AI, rendendole misurabili e assumibili. Una generazione che entra nel mondo del lavoro portando con sé un rapporto naturale con la tecnologia, pronta a condividerlo se messa nelle condizioni di farlo.
Il filo comune è che l’AI in azienda non è solo una questione di strumenti: è infrastruttura, è competenze da riconoscere, è anche cultura organizzativa.
PIDMed supporta le imprese della provincia di Salerno in questo percorso, con strumenti di orientamento, assessment della maturità digitale e accompagnamento all’innovazione.
👉 Per approfondire: www.pidmed.eu
Fonte: Dipartimento per la Trasformazione Digitale / Corriere Comunicazioni / Pagamenti Digitali, IT-Wallet, luglio-settembre 2026 — Governo italiano / UNI, norma UNI 11621-8:2026, 30 aprile 2026 — Ipsos-Doxa per ASUS, ricerca su 400 manager italiani, ottobre 2026