Una meta-rassegna che parla di uno sguardo possibile sui fatti della contemporaneità e che presenta (in 2 dei 36 contributi) le elaborazioni più recenti e le esperienze che stiamo realizzando all’interno di Societing 4.0, un programma di ricerca-azione sulla social digital transformation.

Attraverso una selezione degli articoli che abbiamo letto in questo 2019, alla fine raccontiamo molto di noi. A partire dagli argomenti selezionati: intelligenza artificiale, robot, tecnologie, innovazione; agrifood, cibo, agritech; pmi, industria 4.0. Si tratta di macro-temi che sono coerenti con la nostra missione: studiare e sperimentare un modello di sviluppo, trasformazione e innovazione che sia sostenibile per le specificità socio-economiche dell’Italia, con un approccio che considera insieme l’innovazione sociale e l’innovazione tecnologica.

 

… riusciranno i nostri eroi…?

L’indice Eides (European Index of Digital Entrepreneurship Systems) dice che in Italia sono elevati i tassi di imprenditorialità nei settori tradizionali, ci sono tante iniziative di supporto sul territori, è buono anche il livello di maturità delle nostre imprese e la loro capacità di competere sui mercati internazionali. L’Italia dispone inoltre di un mercato interno particolarmente sviluppato, con una domanda che chiede soluzioni di qualità. Ciò nonostante, la componente digitale dell’indice Eides segnala un’adozione insufficiente delle tecnologie tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione (e-government); un livello ancora basso di affidabilità dell’infrastruttura digitale e ampi margini di miglioramento per lo sviluppo di leggi e regolamenti a tutela della riservatezza nell’uso dei dati e della sicurezza del consumatore.

Eides evidenzia inoltre bassi valori sugli indici relativi alla presenza di norme sociali e culturali che supportano la creazione di un ambiente favorevole all’imprenditorialità e condizioni non del tutto favorevoli all’identificazione, lo sfruttamento e la scalabilità di nuove opportunità nella digital economy. Le startup digitali italiane partono svantaggiate e continuano ad esserlo ancora di più anche nella fase di scaleup. Il nostro contesto produttivo ha elementi molto positivi e difficoltà croniche che riducono le potenzialità delle imprese. Qualcosa in realtà sembra essersi mosso, se è vero che nel 2018 gli investimenti sulle starup sono cresciuti dell’81%, guidati dagli internazionali, con operazioni più numerose e di maggior valore. Inoltre ci sono migliaia di imprese che rappresentano delle eccellenze in diversi settori produttivi.

Si tratta di realtà che mostrano successi superiori a quelli dei ricchi distretti tedeschi. In realtà l’Italia ha anche un’altra eccellenza che si trova nell’industria creativa, un sistema che genera più valore aggiunto della sanità, ha all’incirca gli stessi impiegati del settore delle costruzioni e cresce di più dell’economia nazionale. Secondo il rapporto “Io sono Cultura”, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, nel 2018 il sistema produttivo culturale e creativo in Italia ha sfiorato i 96miliardi di euro, il 6,1% del Pil, crescendo del 2,9% in termini di valore aggiunto e dell’1,5% per occupati, a fronte di dati dell’economia nazionale fermi rispettivamente a +1,8% e +0,9%. A dirci che siamo migliori di come ci immaginiamo è il rapporto I.T.A.L.I.A, di Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison. L’Italia è tra i primi 10 Paesi al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo ma solo il 13% degli italiani ne è consapevole, e addirittura quasi uno su due (45%) la ritiene una notizia poco attendibile. Con il 76,9% siamo il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti, più del doppio della media comunitaria (36%). All’estero cresce la domanda di Italia: le ricerche on line relative al made in Italy e alle parole chiave adesso riconducibili –un fondamentale indicatore della notorietà e del desiderio dei prodotti italiani nel mondo –è cresciuto del 56% tra il 2015 e il 2018.

Ci immaginiamo che questi dati siano ben presenti ad attori forti come Amazon che non si sarà lasciato sfuggire questa tendenza anzi, forse l’ha anche sostenuta avendo già capitalizzato vari accordi con associazioni di categoria locali per un totale (ad aprile 2019) di 12mila Pmi già in vetrina. Con un aumento del giro d’affari di questo nuovo canale dell’export ancora non molto battuto dalle nostre imprese – spesso restie ad affacciarsi al mondo dell’e-commerce – che solo per Amazon ha raggiunto la cifra tonda di 500milioni. e che fa presagire la possibilità di superare il miliardo di euro di beni italiani esportati nel mondo entro il 2020. Persone e organizzazioni si devono trasformare. Le posizioni dei più oscillano: da una parte gli apocalittici e dall’altra i tecno-ottimisti. Per esempio sulla presenza dei robot nei posti di lavoro c’è chi intravede un rischio per l’occupazione, mentre i super ottimisti vedono soprattutto la possibilità che la robotica possa portare in ufficio maggiore efficienza.. Nella primavera del 2018 al MIT si è insediata la “task force sul lavoro del futuro” con l’obiettivo di trovare riscontri «alla retorica allarmistica» relativa alle tecnologie. La ricerca è ancora in corso ma una prima serie di risposte è già arrivata.

In estrema sintesi dice che i robot non ci rubano il lavoro ma lo cambieranno con due effetti molto precisi: il primo è che alcuni — quelli bravi col digitale — guadagneranno molto di più; il secondo è che moltissimi guadagneranno molto di meno. Il problema che abbiamo davanti non è la quantità di lavoro, «che anzi aumenterà moltissimo nei prossimi venti anni». Il problema è la qualità del lavoro. In realtà le aziende non sono ancora preparate a questa rivoluzione e ancora di più non lo sono le persone: i sistemi educativi, secondo alcuni, non sono reattivi alla richiesta di competenze delle imprese. Il sistema di formazione continua italiano, secondo questa prospettiva, non è attrezzato per le sfide del futuro: solo il 20 per cento degli adulti in Italia ha partecipato a programmi di formazione professionale rispetto a una media Ocse del 40 per cento, con grandi differente tra lavoratori già altamente qualificati e lavoratori con basse qualifiche che quasi non partecipano alla formazione continua. Servono nuove tipologie di apprendimento e serve migliorare la pertinenza della formazione degli adulti sul lavoro oltre che l’istruzione dei giovani, adattando i curriculum scolastici. La trasformazione del sistema produttivo sta accelerando, dunque con grandi differenze tra le imprese più efficienti e innovative e le altre.

Le ricette che abbiamo raccolto sono almeno due, servono: – una politica economica “seria” con più supporto alla ricerca e al 4.0; regole sul mercato del lavoro più flessibili; investimenti in capitale umano, università e ricerca; alleggerimento del carico burocratico e fiscale; trattamento fiscale favorevole alla capitalizzazione delle imprese; – un cambiamento dei modelli business (anche delle Pmi) per cogliere le occasioni di Industria 4.0:

  • efficientamento dei processi, della riduzione dei costi e del miglioramento della produttività, abilitando su larga scala la capacità di produzione personalizzata;
  • ripensamento dei prodotti, l’introduzione di nuovi servizi pre e post-vendita e il miglioramento della capacità di reagire rapidamente alle esigenze del mercato;
  • sfruttamento delle proprie potenzialità per organizzare, integrare e disciplinare le filiere produttive, passando da un modello frammentato a uno interconnesso che permetta alle Pmi italiane di operare congiuntamente per fornire un prodotto competitivo. L’aggregazione faciliterà anche il loro accesso alle risorse finanziarie, tecnologiche e, più in generale, alle fonti di conoscenza, fermando una volta per tutte il fenomeno della delocalizzazione produttiva

Se proviamo ad unire i puntini che abbiamo messo su questo foglio, ci possiamo immaginare che la spinta creativa e adattiva delle imprese italiane, valorizzando i loro asset e con il supporto del sistema della conoscenza e della formazione, possa definire una trasformazione coerente con il Green New Deal europeo proponendo, finalmente, un modello mediterraneo. Un modello nuovo e insieme più allineato alle nostre caratteristiche storico-culturali, che potrebbe presentare una valida alternativa a quel modello Silicon Valley che, come dice Adam Arvidsson nell’articolo di dicembre, è in crisi per assenza di fantasia. Adam chiude l’articolo dicendo “Se il modello Silicon Valley si sta esaurendo è soprattutto per questo motivo, manca un’idea di che tipo di mondo costruire con le tecnologie digitali, un’idea di un futuro diversa dal presente”. Italia 2020: idee di futuro ne abbiamo?

Scarica la nostra strenna di fine anno e buona lettura!

duemiladiciannove 4.0

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