La Commissione Europea non si fida di noi: dice che l’Italia ha troppe riforme incompiute a fronte di un deterioramento del bilancio nazionale a di uno stallo delle riforme economiche. C’è di più: l’Europa intravede difficoltà sia per la sostenibilità delle finanze pubbliche sia sulla produttività e la crescita del PIL. Intanto il Governo presenta una serie di misure inserite nella legge di bilancio a favore del venture capital e delle startup innovative e lancia un sito unico con le informazioni sugli incentivi alle imprese. Imprese che, studiate da diversi punti di vista, mostrano di essere, in generale, poco coraggiose verso i mercati emergenti e troppo legate a un sistema di governo familiare. Le quasi 3.000 imprese manifatturiere analizzate da Unioncamere-Mediobanca si dividono, nell’approccio a internet, tra evolute e rinunciatarie. Se a questa si aggiunge la fotografia scattata da Symbola, sempre insieme a Unioncamere, si vede come la scelta green stia pagando: chi crea prodotti verdi cresce, innova ed esporta di più. L’Italia è leader europeo nella dematerializzazione dell’economia: per ogni chilo di risorsa consumata genera 4 euro di Pil, contro una media Ue di 2,24 euro.

Sui temi della green economy sono uscite allo scoperto, la settimana scora, le big dell’energia che intendono aprire la strada ad un nuovo business nel segno della sostenibilità, dell’innovazione e dell’economia circolare, oltre che dell’apertura e del dialogo con il territorio e le comunità locali.

Si è parlato di nuovi dialoghi e nuovi collegamenti tra le imprese anche nel corso di una manifestazione organizzata a Milano da Confindustria: Connext, il primo evento nazionale di partenariato tra queste imprese, organizzato per mettere insieme il mondo produttivo, farlo dialogare, creare reti, spingere le filiere di settore e tra piccole, medie e grandi imprese. Costruttiva è stata in particolare la condivisione di best practice con, in prima linea, molte piccole e medie aziende, incubatori come Digital Magics, colossi come Leonardo, Siemens e Hp, banche al top come Intesa Sanpaolo.

Ed è utile che le imprese si confrontino, all’interno di un sistema a rete, anche per confrontarsi con l’ondata di nuovi lavori che dovrà essere affrontata nei prossimi 5 anni. Si parla infatti di quasi 500mila tecnici da assumere, super periti, diplomati Its, laureati in materie «Stem». Già oggi il 33% delle professionalità tecniche risulta “introvabile”. Ci sarà bisogno, da qui al 2023, anche di quasi 300mila operai specializzati. Tra i colletti “bianchi” invece il mercato ricercherà, tra gli altri, 100mila ingegneri e 65mila laureati scientifici. Senza dimenticare il connubio, sempre più necessario, tra aziende e manager (per spingere l’innovazione); come pure quei lavoratori che per riorganizzazioni o ristrutturazioni aziendali hanno necessità di aggiornare o “ricalibrare” le proprie competenze per migliorare la propria occupazione, o ricollocarsi con maggior rapidità.

Pare che ci sia un grande potenziale, dunque,  ma sarà in grado il nostro Paese di affrontare questa sfida potente? Quella delle competenze e quella dei nuovi lavori?

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