Ecco, la musica è finita…

Quando si interrompe d’improvviso una festa per un fatto imprevisto è già panico generale: il lockdown dell’economia italiana è partito con l’interruzione del carnevale di Venezia e con il rinvio del Salone del Mobile di Milano. Dal 21 febbraio (il giorno in cui abbiamo scoperto ufficialmente che si stava diffondendo il virus) al primo articolo che ha iniziato a fare i conti sulle sofferenze dell’economia italiana sono passati 5 giorni ed è stato subito chiaro che interrompere l’organizzazione di eventi importanti avrebbe avuto effetti sull’indotto così come la riduzione delle persone al cinema, ai teatri o allo stadio.

Ma non avevamo ancora visto niente!

All’inizio di marzo l’Ocse ha iniziato a preoccuparsi perché il virus si stava diffondendo ben oltre la Cina e ha dichiarato il Covid-19 come “il pericolo più grande” per l’economia globale dai tempi della crisi finanziaria del 2008. È stata  soprattutto la riduzione della mobilità internazionale a preoccupare: «Il virus rischia di dare un ulteriore colpo all’economia globale già indebolita dalle tensioni commerciali e politiche» ha detto il capo economista dell’Ocse.

Nella settimana in cui è stato deciso che tutta l’Italia era zona rossa, qualche timida ipotesi è stata fatta su scelte-base sulle quali poggiare la ripartenza dell’economia nazionale. E tra gli altri c’è chi ha proposto di puntare sull’economia reale (wow: a volte ritornano!) per evitare la sofferenza delle banche ed evitare tagli al credito per le imprese. Importante poi fare dell’Italia una specie di «porto franco» per due mesi attraverso un bollino tax free per ogni aumento di capitale, rifinanziamento, acquisto di azioni da parte dei risparmiatori.

E mentre il mondo si era fermato incredulo di fronte a un virus invisibile (se non per gli effetti devastanti sulle persone) è arrivata la primavera, come ogni anno. In quei giorni abbiamo saputo dal responsabile della Manifattura e produzione avanzata del World Economic Forum che la pandemia ha dato un nuovo impulso all’uso del 4.0 nella gestione delle catene di fornitura delle aziende: la quarta rivoluzione industriale e le sue tecnologie sono state individuate dal WEF come il megatrend più potente in questa fase. Le problematiche che il Covid-19 ha posto hanno interrotto lo sforzo di adozione tecnologica e di digitalizzazione che molte aziende stavano facendo. Tutto da ripensare: la gestione dei magazzini, la logistica, il trasporto. Intelligenza Artificiale e machine learning per ottimizzare in maniera totalmente autonoma il carico e la circolazione dei camion. E una generale maggiore flessibilità che consenta alle imprese di riconfigurare una linea di produzione in tempi rapidi resa possibile dalle tecnologie a maggiore ragione se integrate con i robot. Sono stati questi i giorni nei quali abbiamo assistito alla riconversione di alcune aziende che hanno cominciato a produrre mascherine e all’arrivo di valvole per i respiratori stampati in 3D.

Pur nella convinzione che fosse importante preservare la salute di tutti, dopo un mese di lockdown, molte persone hanno cominciato ad accusare la fatica e soprattutto la precarietà economica. In quei giorni il Governo si è trovato in mezzo a una richiesta forte dei Comuni per un intervento urgente a favore delle famiglie in difficoltà e, insieme al niet dell’Europa ai covid bond. 

Per questo, alla fine di marzo, è stato lanciato dal Governo il Reddito d’emergenza che ha destinato 4,7 miliardi ai Comuni per l’erogazione di bonus famiglia da 3-400 euro. 

Dalla fine di marzo abbiamo cominciato a vedere una fievole luce in fondo al tunnel e soprattutto è stato chiaro che nulla sarebbe più stato come prima, a partire dalla necessità di affrontare gli effetti paurosi, specie per alcuni settori. Molti hanno cominciato a proporre ipotesi su come affrontare la Fase 2. Tra queste l’idea che la politica monetaria dovrà essere accomodante dello sforzo fiscale degli Stati impedendo un innalzamento dei tassi di interesse. In Italia, invece, servono due interventi immediati: uno di sostegno alle attività produttive, da commisurarsi alla riduzione di valore aggiunto subito da ciascuna impresa e attività economica (artigiani, lavoro autonomo, professionisti) rispetto al periodo corrispondente del 2019; il secondo, diretto a minimizzare il blocco delle attività economiche e ad accelerare la loro progressiva riapertura, concentrando risorse pubbliche non solo nella cura dei malati ma nel mettere in atto un sistema di mappatura universale dei contagiati e nella ricerca di test in grado di identificare la parte della popolazione che a seguito del contagio sviluppa progressivamente immunità.

Per accelerare la riapertura le imprese più grandi (che tirano comparti importanti) si sono messe a lavorare, insieme ai sindacati, e già la scorsa settimana sono stati definiti i primi accordi sulle misure preventive anti-contagio per garantire la sicurezza dei lavoratori alla ripresa dell’attività produttiva. Secondo il Politecnico di Torino, al lavoro sul “Progetto Imprese aperte lavoratori protetti”, le tecniche da mettere in campo devono essere semplici, facilmente acquisibili dal punto di vista delle prassi aziendali, capillari e sopratutto sostenibili e adottabili tanto nelle grandi quanto nelle piccole imprese. Con la riapertura, pur massimizzando lo smart working, a livello nazionale il gruppo di ricerca ha previsto che ci saranno tra i 10 e i 20 milioni di lavoratori che dovranno indossare una mascherina e cambiarla due o tre volte al giorno. Questo potrebbe portare ad avere un fabbisogno nazionale giornaliero fino a 60 milioni di mascherine. La scorta di 650 milioni del Governo basterebbe solo per pochi giorni. Per questo la via del mercato va integrata con un’attività di procurement all’estero oltre che con la promozione dell’autoproduzione. E questa è una condizione necessaria per ripartire in sicurezza. Per questo si tratta di un problema di cui è lo Stato a doversi far carico.

Ed eccoci qui.

Per ora ad osservare dalle finestre un agitarsi disordinato di task force, comitati e iniziative che, pur lodevoli, si  stanno muovendo in ordine sparso. L’idea ideale di molti sarebbe di vedere all’opera la leadership di statisti non prigionieri della «veduta corta», per affrontare scelte che vadano nella direzione del bene collettivo.

Perché per la Fase 2 e per andare oltre, le task force non bastano, serve la politica.

 

Questa raccolta esce oggi 21 aprile, a due mesi dall’avvio dell’emergenza Covid-19. Abbiamo pensato di raccogliere, insieme agli articoli dell’ultima settimana (13-19 aprile), anche un articolo per ogni settimana che, a ritroso, ci riporta idealmente al 21 febbraio. In più tutte le web news più interessanti degli ultimi due mesi.

Buona lettura!

PIDMed Rassegna Stampa Speciale #2mesidicoronavirus

 

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